RIBOLLA GIALLA – Storia – le origini

Premessa
Il Vino Ribolla Gialla.

Le fonti storiche dal medioevo all’età moderna sono concordi: la Ribolla era un vino. Non risultano attestazioni sicure di vitigni con tale nome fino ad un paio di secoli addietro. Ciò è normale perchè tutte le fonti scritte sono relative ai vini (trasporto, dazi commerciali, regolamentazioni, ecc) mentre i vitigni si trovano menzionati solo agli albori dell’ampelografia, una disciplina assai recente che possiamo far risalire agli inizi dell’Ottocento. I nomi dei vitigni, che pur dovettero esistere, non trovano spazio nelle carte che ci sono giunte in quanto le viti non erano oggetti di commercio, regalìe e regolamentazioni; normalmente erano riprodotte per seme dal coltivatore o, più di frequente, moltiplicate per via vegetativa.

La prima attestazione di un vitigno in Friuli è piuttosto tardiva e non a caso si tratta di una varietà molto particolare che dà un vino monovitigno dalle caratteristiche peculiari e di alto pregio, il Picolit, che compare solo nel 1699.

Sappiamo i luoghi di produzione del vino Ribolla: alcune isole greche, l’Istria, i colli orientali del Friuli nella fascia compresa fra Cividale e Gorizia, e la Romagna. Nell’economia veneziana questo vino rientrava tra quelli detti “navigati” (come il Malvasia, il Cipro, il Romània, ecc) da intendersi come “forestieri”, trasportati con le navi della Serenissima, da distinguersi dai vini locali detti “terrani”..

Le numerose attestazioni raccolte in Italia dimostrano chiaramente che il vino Ribolla era conosciuto ed apprezzato, con momenti di vero successo, anche al di fuori della Regione Friuli Venezia Giulia, e ciò grazie al commercio veneziano e fiorentino. Come vino “navigato” e “forestiero” è menzionato negli statuti di alcune città italiane, ne parla il Boccaccio nel 1375, a Venezia era noto ed apprezzato almeno dal Trecento, ne era goloso l’Aretino…

Un buon flusso commerciale era rivolto anche verso i paesi di lingua tedesca dove prendeva il nome di Reinfal.

I vini erano prevalentemente bianchi e dolci: erano, con ogni probabilità, quelli che oggi si chiamerebbero “filtrati dolci”, ma è fuor di dubbio che le tipologie di vino variassero con l’epoca e la geografia, nel tempo e nello spazio. E’ altrettanto indubbio che si fosse trattato di uvaggi da vitigni diversi a seconda delle zone di produzione.

Dopo un lungo periodo in cui il vitigno andava ormai scomparendo, dal 1990 continua una lenta ripresa nella coltivazione della Ribolla Gialla, che rimane confinata nelle zone collinari centro-orientali. La riscoperta è legata alle piccole realtà che vogliono mantenere vivo il legame con il territorio che ha tradizionalmente ospitato il vitigno.

Una ripresa più decisa ha inizio col nuovo secolo, quando il vitigno viene preso in considerazione da Aziende di medie e grandi dimensioni. La superficie coltivata aumenta, così, in modo costante.

Dal 2010, in seguito alla massiccia messa a dimora della varietà Glera (Prosecco), la Ribolla è andata al traino come vitigno di pianura per la produzione di uva da destinare alla produzione di vino base per la spumantizzazione.

Attualmente in Friuli Venezia Giulia la Ribolla è un vitigno monovarietale, fermo o spumantizzato, ottenuto dal vitigno di Ribolla Gialla.

Si può quindi affermare che questo classico vitigno da collina (ne veniva raccomandata la coltivazione sulle sommità) troverà parte del suo futuro nella parte piana della nostra regione. Ancora una volta si dimostra come salvare un genotipo per passare ai posteri possa avere una potenzialità economica non prevedibile. Questa tendenza dimostra anche come un vino possa cambiare nel tempo pur mantenendo lo stesso nome: il vino Ribolla è stato, a seconda delle epoche, un filtrato dolce, una specie di “vin santo”, un “turbolino”, un più che onesto e gradevole vino fermo e, infine, uno spumante a cui si augura un radioso futuro di qualità nel mareoceano delle bollicine.

La Ribolla spumante in Friuli: una storia che parte da lontano. Rodolfo Rizzi.

Negli anni del primo dopoguerra un famoso direttore d’azienda, Rino Russolo, faceva la spola, rigorosamente con macchina e chaffeur, tra le campagne di Jesolo, bagnate dal fiume Piave, e le colline di Farra, adagiate sulle sponde dell’Isonzo: e sono pur sempre due fiumi sacri alla patria. Questo giovane e brillante direttore di origine pordenonese era alle dipendenze della Piave Isonzo, azienda agricola della famiglia Bennati (oggi tenuta Villanova), sita per l’appunto nel comune di Farra d’Isonzo.

Rino Russolo era affascinato da come si stava evolvendo il mondo del vino e un giorno gli capitò di conoscere uno dei maggiori esperti italiani di spumante, il professor Berti di Asti. Tra i due iniziò un bel sodalizio che ebbe come immediato risultato l’avvio dei primi studi per individuare le varietà autoctone. Allora definite “locali”, più indicate per la spumantizzazione, una tecnica che in Friuli non aveva una tradizione.

L’azienda Piave Isonzo si dotò, prima in regione, di un’autoclave costruita in ferro smaltato dalla ditta Padova di Conegliano Veneto, da impiegare per la produzione dello spumante utilizzando il “metodo Charmat-Martinotti”.

Il metodo Charmat, da tempo utilizzato in Piemonte per ottenere il Moscato dolce spumante, prevede l’utilizzo dell’autoclave, a differenza del “metodo classico”, utilizzato per lo Champagne, dove il processo di spumantizzazione avviene in bottiglia. Nacque così il primo spumante friulano, nelle due versioni dolce e secco, che fu chiamato “Lacryma Christi”. Per lo spumante dolce era usata la varietà Moscato rosa d’Istria, mentre per quello secco si faceva un uvaggio con Ribolla gialla e Malvasia istriana: secondo Russolo erano queste le varietà locali che davano i migliori risultati qualitativi.

Ecco quindi che dobbiamo riconoscere a Rino Russolo sia la paternità del primo spumante regionale che l’impiego della varietà Ribolla gialla quale base di partenza.

Proseguendo la storia dello spumante locale non dobbiamo dimenticare l’ingegner Zvonimir (Miro) Simcic, direttore della cantina di Castel Dobra, allora Jugoslavia, che nei primi anni Sessanta trasformò la Ribolla gialla (Rebula), vinificata in purezza nelle dolci colline della Brda, in un ricercato spumante.

In questi ricordi entra a pieno titolo anche Manlio Collavini, padre della rinata Ribolla gialla spumante. E’ un viticoltore d’altri tempi che, con la sua tenacia e capacità commerciali, ha fatto conoscere lo spumante Ribolla Gialla anche al di fuori dei confini nazionali. Oggi lo spumante dell’azienda ubicata a Corno di Rosazzo è riconosciuto come un vero e proprio metodo di lavorazione chiamato per l’appunto “metodo Collavini”. E poi vennero tutti gli altri.

Conclusione

Con il nome Ribolla, in passato, si sono prodotte e commercializzate più tipologie di vini (fra tutti citiamo i filtrati dolci) provenienti da aree geografiche diverse. I vitigni con cui tali vini erano prodotti sono almeno parzialmente noti solo da tempi recenti e, per la maggior parte, sono caduti nell’oblio perchè i gusti dei consumatori sono completamente cambiati.

Fanno eccezione i Prosecchi e la Ribolla Gialla. Quest’ultima si è salvata perchè ammessa in certi uvaggi o adottata, in verità da non molti viticoltori, per la produzione di gradevoli bianchi fermi. Grazie alle sue caratteristiche le si apre uno scenario inedito determinato dal successo degli spumanti.

Corsi e ricorsi…

Testi tratti da RIBOLLA STORY di Enos Costantini

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